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Quando a Flaiano non restò che sperare nell’insuccesso

Lo scrittore Raffaele La Capria ricordava “la levata di scudi” dei milanesi nel novembre del 1960 alla “prima” al Teatro Lirico di Milano della commedia (verrà poi definita “farsa teatrale”) che Ennio Flaiano aveva tratto dal suo racconto Un marziano a Roma, divertente ed irrealistico apologo di una Roma alle prese con un evento di fantascienza destinato a cambiare il mondo che si consuma nei luoghi e nel tempo che, dal celebre film di Federico Fellini, prenderanno il nome di Dolce vita. Quel giorno, al Lirico, La Capria era spettatore interessato perché sua moglie, la giovane e bellissima Ilaria Occhini, era, insieme a Gassman, protagonista della commedia. “Mai visto crollare una “prima” tra urla, insulti e fischi come quella volta”, raccontò lo scrittore. “Non riuscimmo a capire né Flaiano, né Vittorio, né io”, perché il pubblico si era tanto infuriato alla fine di una commedia in fondo leggera ed innocua”, gli fece eco Ilaria Occhini.

Fu una specie di insurrezione contro l’autore e contro gli attori ma soprattutto, è ancora Ilaria Occhini a parlare, ”contro quella Roma che veniva rappresentata nella commedia”.

La commedia aveva dilatato in sette atti (due ore di spettacolo a suon di battute flaianee) un racconto sotto forma di diario che si legge in un battibaleno. Pubblicato sul settimanale Il Mondo il 2 novembre 1954 inaugurando la rubrica Diario notturno, il racconto di Flaiano è una cronaca veloce, leggera, sferzante sullo sfondo di un paesaggio antropologico tutto sommato convenzionalmente romano: l’intellighenzia salottiera e la plebe. Una città capace di entusiasmarsi, se è il caso (e questo certo lo era) ma alla prova dei fatti inevitabilmente disincantata.

Kunt, questo è il goliardico e sprezzante nome del marziano, atterra il 12 ottobre 1954 nel galoppatoio di Villa Borghese, a pochi passi da Porta Pinciana dalla quale si snoda in discesa la non ancora celeberrima via Veneto. Roma dapprima si entusiasma per l’arrivo dell’insolito viaggiatore (evento messianico che prelude a chissà quali sconvolgimenti) ma nel giro di poche settimane si raffredda e torna alla sua annoiata quotidianità.

All’annuncio dell’arrivo del marziano la città entra in fibrillazione e prende “l’aspetto sbracato e casalingo delle grandi occasioni”. Una folla ondeggiante, invade le strade adiacenti a Villa Borghese, pressa, canta, grida e improvvisa frenetiche danze. Tra gli intellettuali, tutti amici di Flaiano, c’è, a seconda dei casi, costernazione o eccitazione. Forse il marziano è un cristo laico e dio solo sa quanto quei poveri disgraziati ne abbiano bisogno. Non manca chi prevede la fine e chi invece un nuovo inizio del mondo. Il più frastornato è lo scrittore e regista Mario Soldati, in preda allo sconforto: “Tutto da capo. C’est la fin!”, mentre l’inguaribile catturatore di sogni e di emozioni, Federico Fellini, che proprio quel giorno e a quell’ora si trova a Villa Borghese, di fronte a quel disco di grandi dimensioni “giallo e lucente come il sole” si lascia andare al vaticinio: “A questo punto per l’umanità le prospettive sono immense e imperscrutabili”. L’unico a mostrare scetticismo è Mario Pannunzio, il direttore del Mondo, fedele alla sua immagine di imperturbabile sacerdote laico, miscredente pure in tema di fantascienza. Da par suo Pannunzio non si scompone e sentenzia: “ Non ci credo nemmeno se lo vedo”; tanto è vero che della calata dei disco volante neppure farà cenno nelle note del suo Taccuino, la rubrica dei liberali estravaganti che scodella pillole di saggezza nella seconda pagina del settimanale. Predisposte al fenomeno soprannaturale sono in compenso le opere assistenziali cattoliche che dell’avvento fanno doveroso commercio: l’astronave viene recintata e si può visitare solo versando una tassa di cento lire. Il ricavato è destinato a poveri.

Il marziano si ambienta facilmente e, dopo aver ricevuto le onorificenze del caso (ovviamente dal Papa e dal Presidente della Repubblica) diviene oggetto di curiosità morbosa nei salotti del generone romano. Frequenta gli scrittori che gli danno qualche buon consiglio e pensano di trarre dal colloquio (si presume in inglese) spunti letterari: si intrattiene con Alberto Moravia e con Carlo Levi. Come potrebbe diversamente? Levi si mostra piacevolmente sorpreso nell’apprendere che il marziano conosce già Cristo si è fermato ad Eboli perché lo ha letto nella versione americana, quando e come non è dato sapere. I più intraprendenti (Flaiano docet) sono gli sceneggiatori di casa a Roma con l’occhio rivolto a Cinecittà che in pochi giorni preparano ben nove soggetti di film sul marziano nella speranza che qualche società di Marte sia disposta a finanziarli. Dicono le malelingue che proprio per questo Roberto Rossellini, il regista di Roma città aperta, abbia offerto al marziano una particina nel film che sta girando. I più spregiudicati sono i fotografi d’assalto, che nella Dolce vita prenderanno il nome di “paparazzi”: ingaggiano l’extraterrestre per portarlo all’aeroporto di Ciampino ad accogliere le grandi star americane che in quegli anni popolano Cinecittà e rendono calienti le notti di via Veneto. Come è inevitabile, con il marziano in bella mostra la vita mondana romana si infiamma.

Poi l’interesse scema: il marziano inflaziona con un presenzialismo asfissiante ma non si vede nessun effetto speciale. E soprattutto né la plebe né il generone ne traggano vantaggio. In poche settimane il marziano diventa un alieno, però del genere terrestre. Se ne può fare a meno. I romani lo scaricano. Gli scrittori si eclissano, i cineasti si disamorano. Gli inviti nei salotti buoni scarseggiano e all’aeroporto i paparazzi non sanno che farsene del povero Kunt: “A marzia’ te scansi!?”. Accade persino che dei giovinastri lo dileggino per strada. Insomma, l’illustre ospite diviene una macchietta. La conclusione di Flaiano è triste e desolante:

”Tornando a casa ho visto Kunt che si dirigeva, solo, a lunghi passi morbidi, verso Villa Borghese. Sopra le chiome dei pini brillava il rosso puntino di Marte, quasi solitario nel cielo. Kunt si è fermato a guardarlo. Si parla infatti di una sua prossima partenza, sempre se riuscirà a riavere l’astronave, che gli albergatori hanno fatto, si dice, pignorare”.

Il racconto funziona perché scorre veloce, sfiora con satira gentile uomini e situazioni per non restare impigliato nell’improbabilità della trama. Flaiano lo inserisce, con qualche variazione, nel suo Diario notturno, il libro che raccoglie gli articoli della sua omonima rubrica sul Mondo. Ma il teatro è la sua neppure recondita aspirazione e quindi non resiste alla proposta di Vittorio Gassman di rielaborarlo in forma di commedia per inserirlo nel programma del 1960 del suo Teatro Popolare Italiano che ha già due titoli in preparazione, e del genere classico: l’Adelchi di Alessandro Manzoni e le Orestiadi, la trilogia di Eschilo per la quale si è affidato, tra lo scandalo dei filologi, alla traduzione di Pierpaolo Pasolini. Con il Teatro Popolare Italiano Gassman vuole arrivare al grande pubblico con operazioni……

Proprio in relazione al tonfo penoso (copyright Gassman) della commedia Un marziano a Roma si è sempre molto citata – al punto di estrapolarla dalla vicenda e dal contesto – la frase “l’insuccesso mi ha dato alla testa”, che non è certo che Flaiano l’abbia mai detta e che comunque non rende l’idea ed anzi stravolge il vero significato che la parola “insuccesso” ebbe nel linguaggio e, per estensione metaforica, nella vita stessa di Flaiano.

L’unica espressione testuale, e non pressappoco riferita, fu:” Non mi resta che sperare nell’insuccesso”. Essa è contenuta nella lettera a Nicola Chiaromonte, amico carissimo e critico insigne, al quale Flaiano aveva affidato, per un giudizio al quale certo teneva particolarmente, una prima stesura in quattro atti della versione teatrale del racconto del Mondo. Dalla risposta di Flaiano alla lettera di Chiaromonte

Ne fa una prima stesura in quattro atti e la sottopone al giudizio di Nicola Chiaromonte, suo amico e sodale. Chiaromonte, che dirige con Ignazio Silone Tempo presente, è un intellettuale raffinatissimo che sul settimanale di Pannunzio cura proprio la rubrica teatrale. Da amico sincero e severo consiglia a Flaiano di riscrivere la sceneggiatura, comprimendola in un atto. Il racconto è troppo dilatato. I personaggi non sono ben definiti e sfuggono di mano, il testo è generico e vago e invece di svilupparsi si “inviluppa”: meglio sarebbe riscriverlo e racchiuderlo in un solo atto. Solo per carità di amicizia Chiaromonte non arriva a dirgli: “Lascia stare. Non farne niente”. La risposta di Flaiano è piccata: “Quod scripsi scripsi“. E chiarisce:

“Mi consolo pensando che è per compassione che mi fai questa proposta, ben sapendo che niente è da salvare. O che perlomeno non saprei farlo come a te piacerebbe. Quel che manca alla commedia, lo so, è molto. Ma più in su di questo non arrivo”.

Così aggiunge tre atti ai quattro precedenti e rinvia secco al mittente: ”Ci sarebbe la soluzione del cestino, ma mi chiedi troppo”. Per concludere alla sua maniera:” Non mi resta che sperare nell’insuccesso”.

Gli spettatori milanesi lo accontentarono. Luciano Lucignani, allora giovane attore della compagnia del Teatro popolare italiano, ricorderà l’episodio che scatenò l’ira del pubblico:

“Un salotto intellettuale, composto dai soliti scrittori e giornalisti disincantati, annoiati e cinici. Flaiano aveva ricreato l’ambiente del vecchio Caffè Rosati di via Veneto. Gassman, vestito d’una tuta argentea, andava dall’uno all’altro, discutendo, cercando di convincere quegli apatici dell’importanza di avere con loro una creatura di altri mondi. Gassman doveva gridare per sovrastare il brusio del pubblico, che ormai era continuo. Lo vedevo sudare per la tensione e lo sforzo”.

Ad un certo punto Lucignani doveva entrare in scena ed esclamare:
“Basta, io non ne posso più. Me ne vado”.

Si rese conto di quanto, a quel punto, quella battuta fosse inopportuna agli occhi d’un pubblico così maldisposto. Voleva evitare di dirla ma Gassman lo fulminò con un’occhiata di fuoco. Così Lucignani recitò la sua parte e fu il finimondo. La gente cominciò ad urlare:” Bravo, sì, andatevene tutti”. E il brusio si trasformò in gazzarra.

Troppe cose non andavano bene quella sera. Il teatro era acusticamente inadatto, sicuramente troppo grande per un’opera che doveva essere insieme stravagante ed intimista. E’ cervellotico il modo in cui dopo anni Gassman ne descriverà la genesi. Scelse Flaiano proprio in quanto non era un drammaturgo ma uno scrittore impegnato “nel senso che nulla di quanto egli scrive evita di fare i conti con la nostra epoca – il cui impegno, però, non esclude il divertimento, ed il divertimento non esclude la profonda serietà degli argomenti e delle conclusioni”. Complicato farci uno spettacolo teatrale. Flaiano ha qualche dubbio ma alla fine cede alle pressioni di Gassman. Il quale ha idee piuttosto articolate su scene e costumi. Quest’ultimi, affidati a Maria De Matteis, devono esasperare “quello che è il modo di vestire di oggi, delle fogge e dei colori che noi pensiamo di dover indossare domani, se la follia di cui siano spettatori e interpreti non ci condurrà prima al giudizio universale”. Quanto alle scene, affidate a Mario Chiari, non devono essere realistiche ma evocare “il clima, tutto particolare, della Roma di Flaiano, una Roma tetra, abitata da spettri, vero e proprio scenario di un carnevale grottesco”.

Il resto lo faceva un testo infarcito di battute alla Flaiano, che non contemplavano i tempi di recezione. Cadevano nel vuoto: non il massimo della godibilità per una farsa che ha bisogno di ritmo e di leggerezza. Qualche critico parlò di un eccesso di intelligenza che provocava intoppi alla macchina e alla routine dell’opera teatrale. E poi quei sette atti che finivano mai. I dialoghi venivano continuamente interrotti ma fu la scena di cui parla Lucignani, popolata di intellettuali perditempo nella Roma godereccia e fannullona (diciamo pure radical-chic) a trasformare il brusio in violenta protesta. Milano non ne poteva più di Flaiano o di quella Roma (“tetra, abitata da spettri” nelle scene ma inevitabilmente assomigliante a quella del caffè Rosati nei dialoghi) che egli tentava di rappresentare.

Non solo Flaiano aveva sottovalutato le raccomandazioni di Nicola Chiaromonte. Aveva forse dimenticato (lui non c’era) quel che era avvenuto quello stesso anno, il 5 febbraio, alla prima della Dolce vita al cinema Capitol, sempre a Milano. Anche in quel caso un putiferio: urla e persino sputi a Federico Fellini che si era presentato alla prima milanese in grande spolvero con Marcello Mastroianni ed Anita Ekberg.

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