⊱ in punta di lapis

Il Biondone


di ALDO CANALE
 | 20 Aprile 2022


disegno di Contemori

Nel Tamigi sono ricomparsi persino i cavallucci marini ma non c’è dubbio che il ritorno più gradito sia stato quello dei salmoni. Abbiamo appreso che si tratta di pesci di risalita, cosiddetti anadromi. Corrono all’indietro. Amano vivere in acque marine, ma per figliare (sia detto con rispetto) preferiscono frequentare le acque fluviali, a condizione che siano dolci ed ossigenate. Così, in età di riproduzione, i salmoni vengono sollecitati a risalire il grande fiume da un candido affluente (il Kennet, lontano parente dell’Aniene) nelle cui acque diligentemente depongono le uova. Venuti al mondo, i salmoncini vanno a popolare il Tamigi per raggiungere il mare, a condizione che riescano a farla franca.

Da Roma abbiamo imparato a guardare con fiducia, ed un po’ di invidia e perfidia, a queste sperimentazioni di successo.

Noi avremmo ben altre carte da giocare ma la nostra memoria storica è decisamente corta. Dimentichiamo che la nostra cultura idraulico-fluviale ha antiche e solide basi in una cloaca (attenzione: cluere sta per purificare) che non a caso era maxima. Così venerata che ad accudirla c’era Cloacina, una dea specializzata nella purificazione delle acque. Purtroppo quella cloaca non l’abbiamo saputa preservare, al punto che Cloacina ha dovuto lasciare il campo a Venere, che nascendo botticellamente dalle acque, ne ha preteso la destituzione. Intontiti dall’abbacinante bellezza della dea dell’amore i romani non esitarono a gettare il simulacro di Cloacina proprio nel fiume che le era stato affidato. E che è rimasto sguarnito.

E’ da allora che le acque meravigliosamente bianche del fiume, che non a caso si chiamava Abula, cominciarono a tingersi di giallastro. Con un’operazione d’immagine si decise di chiamarlo Flavus, vale a dire “biondo”. (Come sappiamo divenne Tiberis solo quando vi si annegò Tiberino Silvio, leggendario re albano, che si vantava di essere il decimo discendente di Enea. Non per questo, però, il fiume cambiò colore).

In tempi storici, più laicamente, si è cercato di capire a cosa si dovesse quella fastidiosa tonalità giallastra. Qualcuno ha pensato che fosse dovuta al limo trasportato dalla sabbia che le frequenti piene sedimentano nel letto del fiume. Poi si è fatto un ragionamento scientifico e se n’è dedotto che a tingere il fiume fossero le abbondanti dosi di urina generosamente rilasciate dai cittadini romani. Di conseguenza solo una ridotta attività fisiologica, magari in tempi di siccità, avrebbe potuto alleggerire la sgradevolezza del biondore. Con una complicazione che, anche agli occhi degli scienziati, è apparsa inevitabile: il fiume si sarebbe drammaticamente prosciugato. Se n’è dedotto che è bene che i cittadini romani continuino a fare il loro dovere.

Di recente però si è temuto il peggio. Mentre il rappresentante dell’Autorità del bacino distrettuale proclamava che il Tevere era il fiume più pulito del mondo, le analisi di un’accreditata associazione ecologico-fluviale registrava in vari punti del Tevere altissimi valori di escherichia coli, il batterio fecale che alberga allegramente nell’intestino degli esseri umani. Rilevazione desolante. Colpa dell’alimentazione malsana dei cittadini romani o di qualche depuratore che non funziona?