Mafiosi per procura
I professionisti dell’antimafia sostengono che la mafia è dentro di noi o quantomeno nelle nostre immediate vicinanze. Tocca dargli retta. Storici anche autorevoli, servendosi di rudimenti sociologici, per darcene una spiegazione scientifica fanno risalire la mafia al fenomeno tutto italiano del “familismo amorale” considerato il vero motore del variopinto mercato del clientelismo. Quel “tenere famiglia” che giustifica ogni umana debolezza. E’ una domanda prorompente di protezione sulla quale la mafia ha costruito nel tempo una potente e davvero efficace organizzazione dell’offerta. Così dove la politica arriva troppo lentamente e con un sovraccarico di adempimenti (la tessera, una raccomandazione, un voto di scambio, ora anche un selfie, ecc.) la mafia approda con straordinaria prontezza. L’omertà non richiede pratiche astruse ma, risolto il problema, silenzio e consenso. E’ il primo livello di adesione. Chi vuole invece entrare davvero in partita può ricorrere al rito dell’affiliazione che – non è un caso – in Cosa Nostra è in tutto e per tutto simile al battesimo di religiosa memoria, nella quale il padrino, da noi detto “compare”, viene scelto come figura garante dell’educazione religiosa dell’infante. Nei mandamenti si ci è limitati a sostituire l’educazione religiosa con quella mafiosa. Ma la situazione è talmente degenerata che alcuni vescovi (l’ultimo, di recente, quello di Mazara del Vallo) hanno dovuto sopprimere la figura del padrino nella cerimonia religiosa. Un colpo duro alla mafia, che però se ne farà una ragione.
Ci sarebbero tante altre figure da sopprimere nel mare magnum del comparaggio, brodo di coltura del potere mafioso. Per esempio, il procuratore. Sappiamo che è dominante nello sport e nello spettacolo con effetti devastanti. Ora ha conquistato anche l’allegra e rutilante comitiva dei professionisti dell’opinionismo, quelli che imperversano nei talkshow televisivi. In genere sono giornalisti che si fanno virologi in tempo di pandemia e geopolitologi in tempi di Ucraina. Ne sanno sempre una più del diavolo ma non è necessario capirli. Talkshow è letteralmente spettacolo del parlare, a prescindere dal dire. Ebbene si è appreso che alcuni di loro ora si affidano ad un procuratore. Immaginiamo che questo “protettore dell’opinione” li proponga – listino alla mano – nei vari programmi in base alla qualità delle prestazioni attese: chi pensoso, chi sentenziante, chi gaudente e soprattutto chi rissoso. Per qualche tempo abbiamo pensato che si andasse nei talkshow solo per “amichettismo” (Fulvio Abbate copyright). Beata ingenuità. Ora che sono scesi in campo i procuratori dell’opinionismo possiamo affermare che anche la mafia del dire-tanto-per-dire ha il suo mercato e che le sue regole vanno rispettate.
Naturalmente l’industria più promettente per l’arte del comparaggio è la Rai dove però la politica politicante si riprende in pieno il controllo del mercato della protezione. Che è affidato ai portaborse, procuratori ante litteram. Sappiamo bene che, fatte salve le solite e rare eccezioni, per accedere ai ruoli apicali bisogna passare per questi gregari del padrino: il rito di affiliazione è pubblico e trasparente. Però non è a vita perché legittima il cambio di casacca, quando ed ove necessario. E’ una regola aurea del trasformismo che i codici della mafia, quella antica e profonda, non contemplano. Si racconta che nel 1954 al funerale di Calogero Vizzini, gran capo di Cosa nostra, i boss dei vari mandamenti si misero in fila indiana e dietro di loro sfilarono gli oltre duecento figliocci che don Calò aveva tenuto a battesimo in ogni paese della provincia di Caltanissetta. Così in vita, così in morte. Alla Rai, quando scompare qualche capobastone (si dia il caso, per esempio, che cambi il governo) i figliocci non vanno di certo alle cerimonie di congedo. Non perdono tempo. Si mettono subito alla ricerca di un altro procuratore.
