Lo splendido isolamento della provincia Iblea
Lo splendido isolamento di quella che un tempo fu la Contea di Modica suscita sentimenti contrastanti. In effetti, per quell’isolamento, chi è nato e vive a Ragusa o a Modica o a Scicli un po’ si inorgoglisce e un po’ si rattrista. Starsene in disparte, in un angolo che altri percepiscono di arcadica ma remota mediterraneità, ha vantaggi non trascurabili in termini di quieto vivere; ed anche di preservazione di equilibri ambientali che proteggono un’economia che vive fruttuosamente di un rapporto solido ed antico con il territorio e con la lunga costa che lo lambisce. Ma ha svantaggi non meno trascurabili (e non solo psicologici) se tutto questo comporta il rischio di riproporre per l’oggi e per il domani una inspiegabile marginalità rispetto ai nuovi processi di sviluppo e alla riscoperta, specie turistica, delle ragguardevoli ricchezze ambientali, artistiche e culturali della Sicilia.
Chi a Ragusa o a Modica o a Scicli invece ci arriva da chissà dove con modeste aspettative turistiche magari pensando di aver esaurito a Noto la sua riserva di stupore di fronte alla prorompente architettura barocca quei
sentimenti contrastanti non li capisce per niente. Già di fronte all’incanto di Ibla (una vera epifania per chi scende ignaro da Ragusa nuova) comincia a fare ai suoi ospiti domande ossessive e retoriche. Che si ripetono appunto, negli altri centri storici, e poi nelle campagne e poi ancora di fronte allo spettacolo di un mare incontaminato. Domande enfatiche del genere: “Ma vi rendete conto…?”.
“Ci rendiamo conto, ci rendiamo conto…”, rispondono gli ospiti sempre e comunque pazienti. Conoscono molto bene il patrimonio di cui dispongono. Altroché. Hanno tesori da mostrare, storie da raccontare, spiegazioni da dare Di quale omissioni dovrebbero sentirsi responsabili? Di non aver fatto abbastanza per farsi conoscere dal resto del mondo? Di lasciarsi impunemente escludere dai flussi del turismo last minute? Di non farsi adeguatamente impacchettare dalle agenzie tutto compreso?
Sono miti e gentili i siciliani di qui. Come potrebbe il nostro turista, con le sue ingenue domande, sorprendere gente che, disponendo di una storia millenaria, conserva memoria d’ogni genere di transiti e di escursioni e non se ne sente tuttavia diminuita e travolta? La solita filastrocca della sicilian fusion stavolta parte dalla Hibla Heraia, che lega il suo sviluppo alla colonia greca di Kamarina, e poi inanella le visite non richieste di romani, bizantini arabi, normanni francesi e spagnoli: è una sequenza impressionante di colonizzazioni subìte e metabolizzate che avrebbero distrutto in chiunque (non nei siciliani, evidentemente) l’ inattaccabile senso di appartenenza ad una cultura che ha vissuto e vive di vita propria.
Certo la Sicilia che si lascia proteggere dai monti Iblei, nel cuore di Val di Noto, è diversa non di poco dalle altre Sicilie che noi abbiamo imparato a conoscere. Ha una sua propria, particolare identità che ne fa, dal punto di vista sociale e culturale, una vera e propria enclave disegnata dalla natura ma protetta e rafforzata dalla storia. Un po’ lo deve davvero ad una marginalità geografica che nel tempo, e specialmente dopo il periodo di dominazione araba, si è venuta accentuando. Ma molto lo deve alla sua organica struttura ambientale (diciamo anche alle sue durezze, alle sue colture necessariamente “tipiche”, ai suoi terreni disseminati di pietre e bisognosi di cura ravvicinata e diretta) che l’ha resa improponibile per usi agricoli estensivi e quindi per prepotenti assetti latifondisti. Anche nei periodi di declino questa resta una zona accettabilmente popolata che eredita dal periodo medievale un invidiabile equilibrio tra una rete di aggregati urbani, divenuti moderni, ed una campagna a larghi tratti morfologicamente antica.
La Contea di Modica, che oggi grosso modo corrisponde alla provincia di Ragusa, è passata più volte di mano ma i contrasti e le violenze che pure l’hanno segnata non sono giunti mai a scalfirne integrità. Quell’integrità che ha trovato la sua consacrazione, per una terribile combinazione di eventi, con la ricostruzione alla quale si mise mano dopo il terremoto del 1693 che disseminò morte e rovine in tutto il Val di Noto. Oltre cinquantamila morti, intere città distrutte.
Ma, dopo quel terremoto devastante, il potere agì con un cinismo ed un arguzia oggi inimmaginabili. Il problema non fu di carattere umanitario: non si pensò, come faremmo oggi, di dar vita a gare di solidarietà, ma di non sgretolare il sistema sociale sul quale si reggeva l’efficienza e la redditività del meccanismo di sfruttamento feudale dell’agricoltura e delle altre attività produttive. Il Viceré del tempo si preoccupò soprattutto della sorte dei villanos desbandatos: essi andavano riuniti e messi al più presto sotto controllo affinché potessero lavorare e mangiare lasciando libera la campagna dove “il bisogno e l’ozio” potevano renderli pericolosi.
La ricostruzione di quel territorio è un capitolo esemplare di gestione del controllo sociale. Principi e feudatari ebbero perdite finanziarie colossali ma capirono che a loro spettava finanziare la ricostruzione se volevano preservare il loro capitale e ripristinare e il flusso delle rendite. La ricostruzione comportò la modifica degli assetti urbani e, in alcuni casi, la scelta di nuovi siti. Essi si resero conto che tutto questo non poteva avvenire senza il consenso delle popolazioni interessate. La ricostruzione aprì dunque, in questa parte della Sicilia, spiragli significativi di protagonismo e di presa di coscienza del proprio ruolo da parte di ceti sociali che si venivano affrancando dalle logiche brutali di dipendenza feudale. Le città ricostruite o rifondate divennero lo specchio fedele delle nuove gerarchie sociali.
Ma la ricostruzione fu anche e soprattutto una grande occasione per la Chiesa della Controriforma. Nella pianificazione dei nuovi assetti urbani il clero locale ebbe la possibilità di scegliere le localizzazioni migliori per chiese monasteri e conventi. E dispose di ingenti capitali grazie alla devoluzione, per cinque anni, da parte del Papa dei benefici dei lasciti delle cappellanie e delle fondazioni pie che coinvolte nella costruzione dei luoghi di culto. Una decisione lungimirante di reinvestimento che fece pendant con quella dei principi e dei signori feudali, e diede al clero locale una forza che non aveva mai avuto prima.
È da questo imponente programma di ricostruzione del patrimonio immobiliare della Chiesa che prese forma il volto nuovo della Contea di Modica ed in generale di molti centri di Val di Noto Con esso il clero affermò la sua centralità nella nuova dimensione urbana, un principio del tutto consono alle esigenze di rivitalizzazione del rapporto con i fedeli richieste ed imposte dalla Riforma. Ma al tempo stesso, con la monumentalità e la magnificenza delle nuove chiese connotò irrevocabilmente l’impianto urbanistico e la grandiosità architettonica dei rinnovati centri storici della provincia iblea. Il barocco, allora imperante, fu il canone estetico che espresse in modo carismatico la presenza rassicurante e dominante della Chiesa. Regalandole uno splendido isolamento.
Aldo Canale
