L’aspero sito di Urbino
Vedersi riconoscere il centro storico – tutt’intero, beninteso – come “patrimonio dell’umanità” rende orgogliosi gli urbinati, con la moderazione e il senso della misura di chi è consapevole che meno di tanto non si può ottenere. La proclamazione dell’Unesco è un “riconoscimento” esaltante. Eppure dovuto, come “dovuti” sono gli oneri che comporta. Dove trova un comune di neppure quindicimila abitanti le risorse per gestire un patrimonio dell’umanità? E le competenze? E le energie? Direbbe Paolo Volponi: “Dite pur forte i vostri giudizi perché in realtà la bellezza di Urbino è un patrimonio che deve essere capito e sostenuto da tutti gli uomini di questa terra”.
Lasciamo sospese queste domande, almeno per il momento. Esse, di certo, non sono una novità per questa “piccola città” che ha dovuto sempre spiegare, nei difficili passaggi della sua storia, il persistere e il rinnovarsi di uno splendore generato in epoca rinascimentale da una irripetibile combinazione di fattori: la personalità unica (e singolare) del duca Federico, il suo essere ad un tempo grande mercenario e grande mecenate, la sua abilità nell’attrarre e nel servirsi di uno straordinario concentrato di competenze. Il Duca era maestro nel mestiere delle armi ma i suoi domini, tutto sommato limitati, erano una sorta di ricompensa geopolitica della sua abilità di condottiero “per conto terzi”. Dobbiamo immaginare che egli reclutasse ad Urbino e nel Montefeltro le sue legioni e che i luoghi nei quali noi, turisti d’oggi, ricerchiamo sensazioni di pace (la splendida piazza d’un chiarore inebriante, l’incantevole Palazzo Ducale che veniva incorporando la città medievale, la fertile campagna adagiata sulle colline) fossero ampiamente utilizzati per l’addestramento e per le esercitazioni militari..
Sarebbe del tutto improprio, con la sensibilità dell’oggi, stare ad argomentare intorno all’eticità di quel mestiere delle armi che Federico seppe esercitare con indubbia abilità e ragionevole moderazione. Come inopportuno sarebbe esprimere giudizi perentori sulla cultura cortigiana, su quello che oggi definiremmo un rapporto organico tra cultura e potere. Anche per non doversi poi sorprendere del fatto che quel Duca, guerriero in giro per l’Italia, si manifestasse in patria affettuoso con la sua famiglia e i sudditi, con tutti generoso, pacifico ed indulgente; e soprattutto portato ad investire i redditi di guerra in arte e cultura, con tale lungimiranza da generare il mito di una Urbino consapevolmente protesa verso l’utopia della “città ideale”.
Federico edificò “nell’aspero sito di Urbino”, secondo la celebre definizione di Baldesar Castiglione nelle primissime pagine del Libro del Cortegiano, “un palazzo, secondo l’opinione di molti, il più bello che in tutta Italia si trovi; e d’ogni opportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo ma una città in forma di palazzo esser pareva”. In realtà la città in forma di palazzo trovò in Giulio II, imperator e pontifex maximus, il suo interprete più audace ed ambizioso: il papa guerriero che saprà utilizzare lo scenografo (Bramante), il pittore (Raffaello) e il banchiere (Agostino Chigi) per avviare il grande progetto di rinnovare Roma creando una sorta di città ideale dentro la città reale, proprio per poterla dominare.
La purezza del modello urbinate – grazie all’inarrivabile prudentia di cui era dotato Federico – resterà incontaminata, perché in esso non sembra esservi ostentazione e vocazione al dominio ma ricerca di sicurezza nella dimensione della polis e di equilibrio con il territorio circostante (“Intorno il paese è fertilissimo e pien di frutti; di modo che, oltre alla salubrità dell’aere, si trova abundantissima d’ogni cosa che fa mestieri per lo vivere umano”, sancisce una volta per sempre Baldesar Castiglione).. alabama barker nude
A tramandarci la prudenza e l’equilibrio di Federico ha provveduto da par suo Piero della Francesca, con quella vivida silhouette del Duca di Montefeltro che è diventata una immagine simbolo del Rinascimento italiano. Come Federico non era un signore “ambiguo” (eppure, abbiamo visto, metà mercenario metà mecenate) così Piero della Francesca non era un artista asservito al potere. Lui, in ogni caso, molto meno di altri. Non ci si può dimenticare dell’enigmaticità di certi suoi capolavori. A partire dell’intricantissima Flagellazione.
Rendiamoci conto che un artista non si poteva allora esprimere allora fuori dei palazzi del potere. Men che meno contro di quelli. Erano anni di grandi mutamenti, in cui in Italia si ridisegnava sulle specificità locali il carattere elitario sia della politica sia della cultura. Nel progetto di “città ideale” perseguito da Federico – lo possiamo solo immaginare – non c’era l’utopia ma una concreta ricerca di equilibrio e di funzionalità tra una felice dimensione urbana e l’economia del territorio che l’alimentava e la rendeva possibile. C’era sapere pratico e grande concretezza. In fondo l’artista partecipava di questo progetto in modo più impegnato e consapevole di quanto si sia di solito portati a credere. La conquista del diritto alla “proprietà intellettuale”, che prende corpo proprio in quegli anni, passa attraverso la ricerca di un linguaggio comune con il potere, un linguaggio che non può non essere elitario. Quando oggi crediamo di leggere agevolmente un’opera d’arte rinascimentale non ci rendiamo conto di come essa fosse (e sia) materia per iniziati.
Urbino, dunque, non è soltanto una città di una bellezza intensa, sorprendente ed inquietante nella sua capacità di aderire al suo ambiente naturale fino a divenirne espressione. Non è solo una fortunata miscela di equilibrio urbanistico, di genialità artistica e di sapere pratico che le hanno consentito di sopravvivere al declino del suo ruolo politico. Essa è una “città pilota” dell’Italia plurale e policentrica e lo è in un’epoca in cui nasce e si consolida la rete delle cento città come dato strutturale e connotativo della storia nazionale, finalmente riscoperto come risorsa di grande potenzialità nel tempo in cui si ha ragione di temere l’impatto narcotizzante della globalizzazione.
Ecco dunque l’esigenza di tornare alle domande iniziali. E porsi il problema di come preservare un patrimonio dell’umanità senza congiurare per una museificazione che sarebbe comunque destinata a vita grama. Chi visita oggi Urbino la sente viva e vissuta da una popolazione orgogliosa che ama e teme al tempo stesso la creatura che gli è cresciuta dentro, forse fino a sopraffarla. Parliamo dell’università cosmopolita e d’avanguardia guidata per alcuni decenni da quello straordinario intellettuale-principe che fu Carlo Bo. Potrebbe essere quell’università il nuovo palazzo che si fa città e che le procura le risorse (finanziarie, politiche, intellettuali) per esprimere in forme nuove il mito di Urbino? Oggi i giovani che studiano ad Urbino sono più numerosi dei suoi abitanti e quelli che vi risiedono stabilmente una buona metà. Un problema da niente. E i turisti? Un flusso ineguale, naturalmente consistente, ma variamente condizionato dalla obiettiva difficoltà a raggiungere “l’aspero sito”. Un turismo che fa il pieno ma non tracima, né di massa né di èlite. Scriveva trent’anni fa un grande urbanista, Leonardo Benevolo: “L’eccezionalità della sorte passata di Urbino – una città mondiale nella dimensione del villaggio – rende eccezionale anche il problema della sua conservazione e del suo recupero nel mondo di oggi”. Un gigantesco problema che non possiamo consegnare ai posteri.
Aldo Canale
