La sfrenata fantasia del barocco leccese
È difficile parlare di Lecce senza associarla allo stereotipo della città barocca, tanto fantasiosa e stravagante è la varietà delle decorazioni scultoree che popolano le architetture del suo centro storico. Qui sembra non mancare nulla della bizzarria e della sinuosità delle forme che, nella vulgata, caratterizza l’arte barocca. A Lecce si dipana davanti ai nostri occhi una composizione iconologica che sembra il frutto di una sfrenata fantasia collettiva, incontenibile e bizzarra, che si è venuta sfogando nella seconda metà del Cinquecento, in pieno Seicento e in larga parte del Settecento.
Cos’è stata? Ansia da prestazione controriformistica o incontinenza plateresca spagnola? O tutte e due le cose insieme? Le facciate delle chiese e dei palazzi, gli archi dei portali, le cornici delle finestre, le assi portanti dei balconi parlano questo linguaggio sfrenato attingendo a simbologie d’ogni genere, a profili di santi e di angeli, naturalmente, ma anche e soprattutto ad una varietà di figure mostruose e deformate, ad un bestiario aggressivo, talvolta raccapricciante. E poi festoni annuncianti, nastri svolazzanti, mascheroni, telamoni e cariatidi in quantità industriale. Non mancano vasi stracolmi di frutta e verdura. E trionfi di fiori.
In questo museo diffuso è la voglia di pedagogia a farla da padrone: dal religioso al laico, dal sapienziale al demoniaco, dal decorativo ispirato al grottesco minacciante. Il barocco leccese inanella un numero impressionante di metafore e di allegorie. C’è tanta grecità, tanto paganesimo in tutto questo anche se a metter la firma sono sempre le varie articolazioni del mondo cattolico. Lo spiega bene Mario Manieri Elia, che con Maurizio Calvesi ha studiato a fondo il barocco leccese: ”Il grecismo della Terra d’Otranto si manifesta in forma di culto animistico per la natura e di inno dionisiaco alla terra, al sole, all’abbondanza: nella comprensibile ansia di risarcimento che riempie l’anima di un popolo tormentato da endemica indigenza”.
E’ vero: non ci sono capolavori, non si contemplano altezze vertiginose della creazione artistica. Ma è la superiore sintesi dei suoi linguaggi a rendere il “barocco leccese” unico al mondo. Ed è la sua leziosità da alta scuola artigianale a renderlo prezioso.
Lecce stessa è davvero “opera d’arte”. E’ una definizione alla quale, in Italia, tante volte dobbiamo far ricorso quando parliamo delle città medievali, gotiche e soprattutto rinascimentali del centro-nord d’Italia. Ma c’è una specialissima particolarità nel caso di Lecce: le opere che ci troviamo a contemplare sono il frutto di una creatività collettiva che ha trovato nella plasmabilità del leccisu, la pietra calcarea, tenera e gentile, che si estrae alla cave a cielo aperto del Salentino, un materiale ideale per essere manipolato dal mastro scalpellino. Che ispira e produce una artigianato di altissimo profilo.
Gli storici dell’arte sono divisi nella valutazione del barocco leccese. Rudolf Wittkover nel suo fondamentale “Arte e architettura in Italia.1600-1750” definisce “affascinante, volubile e spesso astruso” il barocco delle Puglie. Riconosce “armonia e uniformità stilistica” alle strutture monumentali che formano a Lecce “un insieme straordinariamente imponente”. Ma è severo nel giudizio sul barocco leccese: “Una pura decorazione della superfice, spesso applicata in modo strano a convenzioni costruttive locali, che in questo angolo remoto d’Italia ebbero una durata straordinariamente lunga”. Talvolta il grande storico dell’arte (e Wittkover lo è) può non avere trovato il tempo di capire, se è vero – come è vero – che parla di Lecce come di “un angolo remoto d’Italia”. Remoto da dove? verrebbe voglia di chiedere.
