⊱ genius loci

Il mistero di Lucca

Le Mura di cinta, sempre e comunque. Si può girare Lucca in lungo o in largo, scovarne i tesori d’arte e goderne, visitare con cura le dimore patrizie e le bellissime ville dell’aperta campagna, ma è difficile sottrarsi all’impressione che la chiave interpretativa della vita e della storia di questa città vada ricercata nella funzione, anche e soprattutto simbolica, affidata nei secoli a quel perimetro di mura. Mura imponenti, eppure patinate. “Si vede”, ebbe a scrivere Enrico Pea, “che non debbono aver mai sostenuto violenze di armati”.
Sono Mura senza crepe, in effetti, e sono così addolcite dai vialoni alberati che le accompagnano lungo tutto il loro svolgimento da lasciar supporre oggi che esse fossero in realtà più che un’esigenza difensiva un capriccio. Un’opera divenuta mastodontica di cui oggi possiamo dire, con notevole libertà, che fu necessaria non tanto per difendere una città che nessuno, alla prova dei fatti, ha mai scelto di attaccare, quanto per sancire ante litteram l’assai moderno diritto alla inviolabilità della privacy.

Quelle Mura patinate in effetti non hanno avuto mai bisogno di espletare un vero compito militare. E tuttavia sono la chiave interpretativa della storia di Lucca perché sono il simbolo della sua prudenza e previdenza. Dentro quelle Mura per secoli i lucchesi hanno coltivato una loro particolare identità. Una identità segnata da una spiccata vocazione alla “intrapresa” che li ha portati ad inoltrarsi con vere e proprie correnti di penetrazione commerciale già nel Trecento nel cuore di una Europa che si affrancava dalle ruvidezze e dagli immobilismi del feudalesimo e si apriva alle sollecitazioni della nascente società mercantile.
Non è davvero un caso che proprio in questa città, ai tempi della Riforma, si sia consolidata una delle più forti comunità ereticali, persino capace di alimentare – tra il sacro e il profano, per la verità – un flusso di esuli verso la Ginevra calvinista. I nomi di alcune tra le famiglie celebri e potenti di Lucca (dagli Arnolfini ai Cenami, dai Burlamacchi ai Micheli) non soltanto sono comparsi allora nei registri di cittadinanza della città di Calvino, ma lì hanno portato le loro ricchezze ed alimentato i loro commerci senza mai tagliare il cordone ombelicale con la città d’origine. C’è chi sostiene che la celebre teoria di Max Weber, secondo cui l’etica protestante sia storicamente uno dei fattori all’origine dello sviluppo del capitalismo (un autentico rovesciamento delle analisi di Karl Marx), possa essere tranquillamente applicata all’esperienza dei mercanti lucchesi.

Quel che è certo (e sorprendente al tempo stesso) è che Lucca ha potuto coltivare e preservare nei secoli una sua particolare identità culturale proprio grazie al suo originalissimo spirito mercantile e mediatorio: un formidabile sentimento di indipendenza tutelato attraverso l’equilibrio, il senso della misura, ed una conclamata abilità a tenersi al margine dei conflitti. Abilità che è diventata “politica estera” ed è stata esercitata con una spregiudicatezza diplomatica che andrebbe studiata come un vero e proprio case history in un corso di scienza della politica. Se parlate con i lucchesi di buona e coltivata cultura avrete l’impressione che tutto ciò abbia a che fare con il loro carattere e che la loro storia altro non sia che una naturale conseguenza del loro essere, del tutto naturalmente, gente geneticamente libera ed indipendente.
In realtà è difficile pensare che una così lunga e complessa storia di autonomia (antica capitale, poi piccola città-Stato che scavalca di fatto l’esperienza della Signoria ed elabora un proprio modello di “governo largo” ad un tempo oligarchico e partecipato, infine rispettatissimo “ducato” napoleonico prima e poi borbonico) possa prescindere dal carattere di una popolazione e dalle specificità del suo insediamento territoriale.

Per restare uguale a se stessa Lucca non è stata molte cose. Non è stata mai una Signoria, l’abbiamo detto. Quasi non ha conosciuto il Rinascimento. È una città d’arte senza aver (apparentemente) partecipato con una propria scuola o connotazione a quella grande esplosione di innovazione e creatività che ha segnato l’Italia e l’Europa di quel tempo. Potremmo dire che è stata in parte riformatrice, dal punto di vista religioso, perché si è sottratta alla grave crisi in cui era precipitata la Chiesa cattolica tra il Quattrocento e il Cinquecento. Ma è stata, per reazione, solo “calvinista d’esportazione”, senza cadere nella tentazione del proselitismo, per tornare ad essere nel tempo moderatamente e giudiziosamente cattolica. Neppure, quindi, ha conosciuto gli eccessi della Controriforma e dell’Inquisizione. Ma soprattutto, vi farà notare anche il meno fazioso tra i lucchesi, non è stata mai sotto il dominio di Firenze e dei Medici.

Scrisse quel grande giornalista lucchese che fu Arrigo Benedetti (fraterno amico di Mario Pannunzio, l’altro monumentale giornalista lucchese), che tutto si può spiegare con il “gusto di stare in disparte” che ha consentito di coltivare all’ombra delle Mura “un acuto senso dei doveri civici”. Ma dobbiamo anche registrare la diversa (e terribile) è l’opinione del critico letterario Cesare Garboli di fronte a quello che chiama il “mistero storico” di Lucca: “La storia è passata nei palazzi della nobiltà lucchese a piccoli passi silenziosi ed appartati, soffocati da muraglie di parsimonia e di diffidenza”.
Chissà come e quando, nella vita delle genti, si mescolano lo spirito d’indipendenza, il culto della privacy e la tentazione di chiudersi in un comodo e coltivato egoismo. Di questo discutono i lucchesi ogni giorno e per questo non pochi tra loro (litigiosi per natura) menano scandalo.
Ma qui sta davvero una delle fascinazioni del “mistero di Lucca” che emerge quasi intatto dalla lettura storica, e forse anche da quella sociologica. I lucchesi hanno di che appassionarsi ancora per generazioni, e certo non tradiranno la loro vocazione a sviluppare polemica anche aspra (in questo sono toscani quanto altri mai) senza generare quelle lotte intestine che aprono inevitabilmente la strada all’invasione delle potenze straniere.

Ma quale invasione potrebbe esserci oggi? I Medici non sono alle porte, con Pisa va tutto per il meglio, non c’è da fare subdole ambascerie a Roma, non c’è un impero di cui bisogna comprare la benevolenza e un re francese con cui fare i conti. Con papato si è tornati alle buone maniere.

E tuttavia Lucca non abbassa la guardia. Non rinuncia alla sua intimità, che ha imparato a condividere con chi ha accettato di rispettarla. Le sue Mura sono diventate il luogo di amabile passeggiate e conservano una città straordinariamente intatta nel suo disegno urbanistico e nelle sue declinazioni architettoniche. La cui storia quindi si può tranquillamente leggere dall’alto se si capisce che c’è un continuo, rigoroso rimando dei monumenti, delle chiese e delle sue opere d’arte – beni culturali che vanno sommessamente goduti – alle concrete situazioni storiche che l’hanno generate.
E di questo continueremo a parlare….

Aldo Canale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *