Ancona alza lo sguardo sul mare
Dovremmo tutti imparare, visitando una città, a farlo in punta di piedi. Ci può aiutare innegabilmente una buona guida, ove potessimo mai trovarla. Ma più utile ancora sarebbe poterla consultare disponendo di qualche informazione sugli “umori” di chi abita in quella città: i non sempre decifrabili rumori della psiche collettiva che in molti casi sono di supporto al senso di orientamento di un ospite che non si voglia proprio limitare ad una visita-lampo con annesso invio di cartolina. Non c’è praticamente città, con qualche quarto di nobiltà storica, che non segnali la propria identità, persino il proprio inconscio, attraverso questi “umori-rumori”. Ancona lancia messaggi di inquietudine, ma soprattutto esprime voglia di rilancio, di riscatto. Desiderio di riprendersi qualcosa che aveva e che le è sfuggito. E che le appartiene.
Forse una visita diversa dal solito vi aiuterà a scoprirlo. Vi piaceranno molte cose, molte altre vi sorprenderanno. Non c’è un centro, così almeno sembra. È molto strano per una città di storia millenaria che i suoi cittadini non si siano messi d’accordo, prima o dopo, su quale dovesse essere il luogo delle convergenze.
Il luogo dei raduni, delle cerimonie, delle sommosse. Se arrivate in auto, scoprirete che qui non funziona il sistema di lasciarsi guidare dal flusso che vi porta nelle immediate vicinanze dell’area pedonale dove di solito si concentrano una bella piazza, la Cattedrale e un qualche palazzo dei signori finalmente requisito per usi di civica amministrazione. Niente di tutto questo ad Ancona.
Il porto subito vi cattura, con il suo disegno avvolgente. Poi vi disorienta, vi distrae. Non abbiamo più voglia di paesaggi industriali, come se già ne potessimo fare a meno. Le belle navi, bianche o grigie di quel metallo usato dalle acque e dai venti, non riescono a nascondere la durezza involontaria dei containers, il disordine tipico delle aree di traffico di uomini e merci in attesa dell’imbarco sui traghetti. Eppure in questo paesaggio di ordinaria marittimità spiccano come d’incanto pezzi di pregiatissima architettura. Ritrovate i segni di un recente e di un lontano passato. Due sono davvero sorprendenti: la Mole settecentesca, progettata dal grande Luigi Vanvitelli, un’ampia ed elegante piattaforma pentagonale concepita come un “lazzaretto” (ecco, proprio un luogo di ricovero di uomini e di merci), oggi adibita a spazio espositivo; e un arco di trionfo, austero e rilucente di nitore da restauro, che nel tempo romano gli anconetani vollero per Traiano o forse Traiano volle per sé.
Ma non siete arrivati al capolinea e comunque non volete prendere il mare per la Dalmazia o per la Grecia. Dovete tornare indietro perché, non avendo un centro, la visita ad Ancona contempla la peregrinazione. Cominciate a capire un po’ di più se, disorientati dal porto, provate ad alzare lo sguardo. Scoprite che il Duomo ha deciso di starsene in disparte, sull’altura che domina la città, laddove vi sareste aspettati di trovare il solito castello, bello fuori e vuoto di dentro, borioso ed imperioso al tempo stesso. Invece no, là in alto, alla sommità del colle Guasco, c’è la Cattedrale di S. Ciriaco, una delle più belle chiese delle Marche, eretta agli inizi dell’XI secolo sul basamento di un tempio pagano, forse dedicato ad Afrodite Euplea, dea perennemente impegnata a proteggere la navigazione.
Tra la Cattedrale e la città delle genti (e dei fedeli, si presume) sembra esserci uno stacco, un vuoto. Lo copre, per la verità in modo dignitoso, una sinuosa strada panoramica che assomiglia ad una benda d’asfalto che copre la cicatrice di una delle terribili ferite subite da Ancona nel corso dell’ultimo conflitto mondiale. Centinaia di bombardamenti, una città martoriata, morti che non si contavano. Una incursione aerea di circa trenta minuti, il primo novembre 1943, fu particolarmente feroce. Dice lo storico: “Il cuore della vecchia Ancona è lacerato dagli ordigni micidiali: i rioni del Guasco, del Porto e di S. Pietro sono interamente devastati. La Cattedrale di S. Ciriaco, la Chiesa di S. Domenico, le sedi del Comune e della Prefettura sono in parte distrutti”. La Cattedrale è stata ricostruita e poi restaurata, ma si è scelto di lasciare il vuoto laddove si erano accumulate macerie. La strada panoramica ha un effetto placebo ma restano i rumori delle bombe e gli umori, segnati dal ricordo, sono pessimi…
Forse cominciamo a capire meglio, forse smetteremo di cercare un centro che tutto riassuma e sintetizzi. Conosceremo meglio la storia della città ed impareremo a trovare le tracce di quella stratificazione fisica degli eventi che ha resistito con tenacia straordinaria ad ogni genere di violenta contaminazione: dalle invasioni in piena regola alle incursioni banditesche o piratesche, dai terremoti alle alluvioni per arrivare alla brutalità assai poco chirurgica delle bombe del Novecento. Quante volte questa città si è ricostruita? Quante volte si è rimboccata le maniche a dispetto del carattere levantino (sta per pigro ed indolente) che le viene attribuito dalla geografia prim’ancora che dalla storia?
Se ci proveremo a dare una risposta a queste domande e a ciò che esse sottendono saremo più indulgenti, capiremo di più e meglio intorno ai destini e al futuro di Ancona. Capiremo il continuo richiamo (nei nomi, nelle parole) ai miti dei padri fondatori, allo splendore del municipio romano, alla generosa ostinazione della lunga e travagliata età comunale, ai segni e ai simboli di un Rinascimento mai completamente esploso. E poi naturalmente metabolizzeremo il lungo periodo papalino, croce e delizia del lunghissimo periodo di storia preunitaria.
Il dominio papalino, per l’appunto. C’è un lungo tratto della storia di Ancona (certamente dal 1532 all’Unità, ma si potrebbe andare molto indietro) che si può scandire sulla vita e sulla successione dei papi. Non azzarderemo il giudizio storico, stiamo solo cercando il centro della città. Tre, quattro secoli entrano nella pelle di una comunità, influenzano struttura e composizione del suo “dna” antropologico-culturale. Il rapporto tra questa città e la Chiesa è questione della massima serietà, a maggior ragione se si considera quanto nel tempo abbia retto e resistito la disponibilità di Ancona al dialogo tra le genti, alla felice contaminazione delle culture e delle etnie. Che sia in questa combinazione/contaminazione tra potere temporale e multietnicità il vero centro della città? Chissà…
Andiamo avanti, intanto, alla ricerca del centro perduto. Abbiamo visto l’Arco di Traiano, ecco il Palazzo Senatorio e quello degli Anziani, la piazza grande con la statua di Clemente XII, lungimirante papa-re che tanto fece per ridare vitalità al porto e all’economia della città. La fontana delle tredici cannelle, la Loggia dei Mercanti, altre ricche chiese e splendidi palazzi, distribuiti con asimmetrica sapienza proprio per sfuggire all’inclemenza delle intemperie del tempo e della storia.
Il fatto curioso è che questo itinerario davvero irregolare, un po’ alla volta, ci fa ridiscendere verso il porto. Con una sosta improvvisa, lì quasi alla soglia della banchina. C’è uno degli spazi vuoti che torna a vivere, persino a risplendere: è il Teatro delle Muse che proprio quei lontani bombardamenti avevano messo a tacere. Qui si sente far festa. La riapertura di questo teatro – dopo cinquant’anni di progetti abortiti e di colpevole inedia – ha un’importanza taumaturgica che il turista fa fatica a comprendere. È percepito e vissuto (forse realmente è) come un formidabile segnale di riscatto. Ammettono gli anconetani: un riscatto più dalle proprie pigrizie che dai torti della storia.
Ci spiegano che questa è un’autentica svolta. Che la città si riprende il suo ruolo. Che la ripresa della vita culturale, simboleggiata dalla riapertura del Teatro delle Muse, è il preludio per il suo rilancio economico di città a spiccata vocazione marittima, non più confinata in uno splendido, scomodo e rischioso isolamento del vecchio porto ma punta avanzata sul mare delle operose Marche.
Dunque, siamo tornati al mare, che ora non si lascia più rinchiudere nel porto. Valorizza spiagge e fondali, lambisce il Conero e scopre Portonuovo. Se tiriamo le somme di questo improbabile itinerario nel cuore di una città davvero millenaria, ci ricordiamo che, come sempre, il centro è laddove tutte le cose ritornano. Ad Ancona tornano al mare…
Aldo Canale
